IL BIG BANG DELL’ERA DIGITALE | Intervista a Leo Gilardi

09/10/2018 Off By Tecla
IL BIG BANG DELL’ERA DIGITALE | Intervista a Leo Gilardi

L’artista torinese Leo Gilardi svela i segreti di Altierjinga, l’opera che riflette sul fenomeno della realtà digitale. In mostra fino al 20 ottobre 2018 all’Associazione Quasi Quadro di Torino.

Asteroidi nel cyberspazio

Altierjinga è la tua personale curata dall’Associazione Quasi Quadro di Torino. La mostra analizza il fenomeno della realtà digitale e il suo impatto sulla sfera percettiva ed emotiva delle persone. Parlami di questo nuovo progetto.

Altierjinga è il prologo di un discorso che ho intenzione di affrontare nelle prossime mostre. Il suo scopo è aiutare lo spettatore a comprendere la propria condizione psicofisica. Se nell’opera egli vede un movimento, questo in realtà non esiste. È un effetto ottico causato da due fotografie sovrapposte, che il cervello non riconosce e cerca di interpretare secondo uno schema logico. 

Si tratta di un fenomeno insito nella natura umana. Gli uomini ad esempio usano la logica, quando vogliono realizzare qualcosa di nuovo. Questa evidenza mi serve per spiegare la problematica dell’era digitale. 

Il computer e internet sono strumenti di lavoro costruiti con una logica di funzione aliena da emotività. I social network sono delle piattaforme basate sulla relazione umana. Tuttavia non sono in grado di simularla, perché l’emotività non ha posto nella realtà digitale. Questa dimensione sta iniziando a fondersi con il mondo reale, perciò l’obiettivo della mia ricerca è trovare una soluzione che riesca a colmare la lacuna emotiva dei social.

Nella cultura aborigena Altierjinga, il Tempo del Sogno, è il mondo prima della creazione abitato da gigantesche creature totemiche. Queste divinità modellarono la forma della Terra, nominando ciò che incontravano sul loro cammino. Perché hai scelto questo mito come titolo della mostra?

L’ho scelto perché trovo interessante che le divinità di Altierjinga abbiano un comportamento molto umano. Il fatto di creare le cose, dando loro un nome è un sinonimo di conoscenza. Un bambino scopre così il mondo. Perciò tra tutte le religioni che parlano di pre-creazione, quella aborigena mi è sembrata la più coerente.

È affascinante il tuo modo di rendere la fotografia una scultura. Nella sede dell’Associazione Quasi Quadro hai progettato un’installazione dinamica, composta da rocce geometriche che galleggiano nello spazio. In che modo l’hai realizzata?

Non si tratta di rocce. Sono solidi amorfi che appartengono a una fase precedente la creazione dell’universo, perciò non devono somigliare a nulla. Per prima cosa ho realizzato l’effetto ottico dei solidi con il mezzo fotografico; dopodiché mi sono ispirato al movimento della trama sulla superficie per dare loro una forma.

Quale sensazione dovrebbe provare lo spettatore di fronte all’opera?

Nel migliore dei casi la sensazione sarebbe quella di epifania. Il visitatore dovrebbe confrontarsi con questi effetti ottici, rendendosi conto che esistono solo nella sua mente. Quello che sta osservando è se stesso, la sua logica: il lato razionale che sovrasta quello emotivo nella visione di qualcosa di nuovo. Cosa dovrebbe provare lo spettatore se non questo? Una presa di coscienza e nulla più